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Perché Civiltà socialista

Quando è scoccato il fatidico anno Duemila è stata emblematica la grande festa con migliaia e migliaia di persone in una delle piazza centrali di New York: tutti erano convinti, non solo gli americani, che s’apriva una nuova bellissima era.

Era crollato per implosione (cioè non per una guerra perduta ma per un fallimento totale) il comunismo russo-sovietico che aveva piegato e umiliato specialmente le nazioni dell’Est europeo ma non ci fu certamente la cosiddetta fine della storia.

Un anno dopo, l’11 settembre, con l’attentato alle Torri Gemelle, si manifestò un nuovo tipo di contraddizione, quello espresso dal fondamentalismo islamico da cui derivavano due diversi terrorismi, quello elitario di Al Qaeda e quello di massa dell’Isis. In parallelo si sviluppava pienamente la globalizzazione. Anche su di essa c’è stato un ottimismo iniziale, poi non confermato dalla realtà. Sia secondo i teorici neoliberisti, sia secondo quelli neomarxisti, ovviamente con opposte valutazioni di valore, la globalizzazione si sarebbe risolta nell’ennesimo trionfo dell’Occidente.

Le cose non sono andate affatto così. In primo luogo, perché già negli anni Duemila, sull’onda del neoliberismo, erano cresciuti fenomeni che si sarebbero rivelati destabilizzanti come la finanziarizzazione e la deregolamentazione, tenuti a battesimo proprio dai presidenti democratici degli Usa.

Ora vale la pena di ricordare che proprio un grande studioso marxista della seconda generazione come Rudolf Hilferding, addirittura all’inizio del ventesimo secolo, aveva avvertito che l’eccesso nella dimensione finanziaria dell’economia avrebbe strangolato proprio i protagonisti fondamentali dei rapporti di produzione capitalisti, cioè gli imprenditori e la classe operaia.

Questa profezia spiega ciò che è avvenuto negli Usa fra il 2007 e il 2008 con i titoli tossici e il fallimento della Lehman Brothers e in Europa nel 2010-2011 con il debito sovrano.

Nella globalizzazione poi si affermarono i cosiddetti Brics, due dei quali (la Cina e l’India) manifestavano straordinarie capacità competitive. Ciò ha riguardato specialmente la Cina che gli Usa lasciarono entrare nel Wto senza impegnarla a rispettare le regole di mercato.

Così si è verificato un mutamento profondo negli equilibri economici e sociali del mondo.

Nel Terzo Mondo, accanto a sacche sempre più profonde di povertà, tuttavia in alcune nazioni si sono affermati nuovi capitalisti e un nuovo ceto medio mentre invece proprio negli Usa e in Europa (specie in Gran Bretagna), anche per effetto di questa nuova concorrenza, settori dell’industria manifatturiera sono entrati in crisi e una parte del ceto medio regrediva. Ciò ha avuto nell’Occidente anche conseguenze politiche di non poco conto (populismo, sovranismo, antieuropeismo).

Di conseguenza, nel corso degli anni Duemila, è emerso sempre di più un nuovo tipo di contraddizione, quello apertosi fra le liberaldemocrazie che caratterizza, pur fra mille diversità, i regimi politici esistenti negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, nella maggior parte delle nazioni europee e l’autoritarismo sempre più sostenuto anche con documenti politici di taglio ideologico dalla Cina e dalla Russia al di là delle loro stesse profonde contraddizioni, come è testimoniato dalla dichiarazione congiunta fra la Federazione russa e la Repubblica Popolare cinese presentata il 4 febbraio di quest’anno. Esperienze autoritarie sono anche quelle di Orbán in Ungheria e di Erdogan in Turchia.

In ogni caso fino al 2019 c’era una relativa sicurezza per quello che riguardava la sanità, dove il forte sviluppo tecnologico della medicina aveva prolungato la durata dell’esistenza e le malattie di maggior rilievo erano il cancro, i disturbi cardiologici e quelli mentali (vedi l’Alzheimer). Sul piano geopolitico invece, al netto di una serie di conflitti locali di varia intensità (Balcani, Libia, Cecenia, Afghanistan,  Iraq e Siria), sembrava che la pax europea, realizzata nel 1945, avrebbe assicurato nel lungo periodo la pace nel mondo, visto che alle origini delle due guerre del 1914-18 e del 1939-45 c’erano sempre stati conflitti esplosi nel Vecchio continente.

Invece, al di là delle apparenze, fermentavano nel mondo contraddizioni profonde e assai pericolose. Già alcuni osservatori avevano lanciato avvertimenti sulla sanità: nel 2015 Bill Gates ha affermato che i rischi maggiori per l’umanità sarebbero derivati da virus più che da missili nucleari: poi si è visto, fra il 2019 e il 2022, che, nella sorpresa generale, i due rischi si sono sommati in una rapida e imprevedibile successione. Per ciò che riguarda la sanità nel 2019 in Cina è esploso, in continuità con ciò che era già avvenuto con la cosiddetta SARS, un nuovo virus, quello del Covid-19, sulle cui origini è in corso una discussione che finora non è approdata a risultati univoci: secondo alcuni si è trattato di un contagio esploso in un mercato, secondo altri potrebbe essere uscito da un laboratorio a Wuhan che giocava col fuoco.

In ogni caso la Cina, tardando a capire il contagio in corso, ha evitato a lungo di comunicarlo all’estero e di conseguenza si è resa responsabile di aver provocato una gravissima pandemia. Poi sul piano geopolitico, negli anni tra il 1989 e il 2014, sono avvenuti dei fraintendimenti riguardanti il quadro internazionale.

Abbiamo già visto le contraddizioni più rilevanti riguardanti la globalizzazione.

Ma il fraintendimento più grave ha riguardato la valutazione di fondo della situazione russa dopo il crollo del Pcus avvenuto tra il 1989 e il 1991. A proposito di esso, non c’è stata alcuna tendenza prevaricatrice da parte dell’Occidente nei confronti della Russia post-comunista. L’analisi allora prevalente nel mondo affermava che l’unico vero elemento negativo del quadro internazionale era costituito dal fondamentalismo islamico e dai terrorismi ad esso connessi. Per quello che riguardava la Russia, invece, si sosteneva che dopo il revisionismo di Gorbaciov e il confuso e avventuroso liberismo di Eltsin, il nuovo leader Putin, espresso dal Kgb-Fsb, si muoveva nel senso di un appeasement verso l’Europa e gli stessi Stati Uniti, come dimostrò fra tutte le altre cose il famoso incontro di Pratica di Mare del 2002.

Le cose invece erano molto più complesse e contraddittorie. In primo luogo, il revisionismo di Gorbaciov era stato vissuto positivamente in Occidente ma non in Russia. Il regime, guidato dal Pcus, era ormai così irrigidito e anchilosato al punto che poteva ancora reggere solo se conservato senza cambiamenti. Il riformismo di Gorbaciov fu una delle cause del suo crollo. In secondo luogo, per tutta una fase, quella imperniata sull’incontro di Pratica di Mare, Putin ha puntato a rientrare nel grande gioco internazionale per cui non ha contestato affatto l’allargamento della Nato verificatosi in quegli anni, con l’adesione della Polonia nel 1999 e quella dei Paesi Baltici nel 2004. Quell’ampliamento derivò dalla reiterata richiesta da parte di alcuni dei Paesi storicamente dominati dal comunismo sovietico che si affrettarono a ricercare la propria sicurezza rispetto a un vicino considerato comunque molto pericoloso malgrado fosse ormai crollata l’Unione sovietica. La scelta si è rivelata profetica mentre invece l’ingresso nella Nato dell’Ucraina, che poteva essere realizzato nel 2008, fu bloccato dalla Germania. Quello che Putin non accettò fu la democratizzazione dell’Ucraina avvenuta in seguito alle grandi manifestazioni di piazza Maidan a cui seguirono le due successive elezioni, quella di Poroshenko e quella di Zelensky, quest’ultima avvenuta con il consenso del 72%. Da un lato ciò accentuava l’autonomia e l’identità nazionale dell’Ucraina, dall’altro ottobre 2022 | 15 presentava rischi di propagazione dell’aspirazione alla democratizzazione in Bielorussia, in Kazakistan e nella stessa Russia.

Putin aveva già alzato il tiro nel 2008 attaccando la Georgia, poi nel 2014 invadeva la Crimea e conduceva una guerra ibrida nel Donbass. Con la annessione della Crimea tramonta l’idea che, stabilizzati i Balcani, l’Europa sia ormai pacificata e priva di minacce serie alla sua sicurezza. Si produce un mutamento nella situazione geopolitica europea di cui non vi sarà consapevolezza nella classe politica dirigente in Europa.

Mancherà un giudizio sulla politica della Russia, una riflessione sui rischi di natura geopolitica che si venivano palesando per l’Europa di fronte alla strategia imperialista di Putin. Il prolungarsi della dipendenza energetica dalla Russia lo dimostrerà. Peserà l’assenza di una comune politica europea in campo energetico. Le principali importazioni di gas naturale dell’Europa provengono dalla Russia.

La Germania ha spinto in questa direzione. Il gasdotto Nord Stream, il principale corridoio settentrionale con una capacità di 55 miliardi di metri cubi l’anno, attraversa il Mar Baltico, raggiunge la Germania aggirando Paesi Baltici e Polonia e ignorando i loro interessi energetici. Malgrado la invasione della Crimea del 2014, i lavori per il raddoppio del gasdotto proseguirono.

Solo dopo l’aggressione all’Ucraina del 2022 Berlino bloccherà l’entrata in funzione di Nord Stream 2. In quanto all’Italia, sarà Mario Draghi a ricordare intervenendo alla Camera “l’inaccettabile dipendenza energetica dalla Russia conseguenza di scelte miopi e pericolose”.

Putin non può essere considerato né un alto dirigente del Kgb che ha fatto carriera, né un nostalgico del comunismo. L’unica nostalgia del presidente russo è quella dell’Urss come grande potenza pari e contrapposta agli Usa, non della sua natura comunista.

Putin è portatore di un disegno imperialista fondato sulla tematica della Grande Russia che unifica e guida tutti gli slavi, su un’Eurasia contrapposta a una Europa ormai decadente e assai distante dal cristianesimo genuino e ha come riferimenti storici Pietro il Grande e Ivan il Terribile e non Lenin ma Stalin come padre della patria che ha vinto la Seconda guerra mondiale.

Partendo da questo retroterra culturale, che ha nell’ideologo Dugin e in altri teorici della Russia bianca come il filosofo Ivan Il’in un forte punto di riferimento, Putin ha costruito da un lato un’autocrazia fondata su una dittatura personale che non esita a far assassinare gli oppositori più pericolosi, ad arrestare i manifestanti, a eliminare ogni libertà di opinione e di stampa, dall’altro una cleptocrazia basata sull’utilizzo assai spregiudicato delle risorse parte delle quali è stata consegnata agli oligarchi il cui ruolo è stato anche quello di “comprare” in Europa occidentale leader politici, partiti, diplomatici, squadre di calcio, alberghi, residenze di lusso e altro in modo da ottenere una rete di complicità che gli consenta di non avere contestazioni in Europa e negli Usa nei confronti di operazioni militari per conquiste territoriali volte ad acquisire confini assai vicini a quelli originari dell’Urss.

Angela Merkel, Silvio Berlusconi

e Romano Prodi

si sono mossi secondo una strategia concentrata sui risultati della bilancia commerciale e su una serie di interessi personali e di gruppo

Il terzo strumento usato da Putin è stato quello di utilizzare Internet per destabilizzare o per influenzare Angela Merkel, Silvio Berlusconi e Romano Prodi si sono mossi secondo una strategia concentrata sui risultati della bilancia commerciale e su una serie di interessi personali e di gruppo Civiltà socialista ire sulle democrazie occidentali: lo ha fatto in occasione del referendum della Catalogna, di Brexit e specialmente nelle elezioni americane del 2016 quando gli hacker hanno attaccato la Clinton favorendo Trump.

L’Italia da tempo è al centro dell’attività dello spionaggio russo. Il libro di Iacoboni e Paolucci dal titolo “Oligarchi. Come gli amici di Putin stanno comprando l’Italia” ha descritto efficacemente l’ampiezza della rete costruita nel nostro Paese. Sul piano politico questa operazione si è mossa in tre direzioni: il M5S, Salvini per la Lega, i rapporti economici (indirizzi dell’Eni) e personali con Berlusconi.

In Europa, né la Germania della Merkel, né l’Italia guidata da Berlusconi né quella che ha avuto Prodi come presidente del Consiglio hanno mai fatto serie analisi politiche sulle caratteristiche del regime realizzato in Russia da Putin e sulle sue reali intenzioni geopolitiche. Le conseguenze sono state catastrofiche. Angela Merkel, Silvio Berlusconi e Romano Prodi si sono mossi secondo un economicismo concentrato sui risultati della bilancia commerciale e su una serie di interessi personali e di gruppo. Così una questione strategica fondamentale come la politica energetica della Germania e dell’Italia è stata messa nelle mani della Russia.

Un dato parla chiaro ed è sconvolgente: negli anni della massima apertura alla Russia da parte dei governi Berlusconi, con Paolo Scaroni alla guida dell’Eni, fra il 2000 e il 2020 la quota del fabbisogno nazionale coperta dalle forniture russe è passata dal 20 al 38%, mentre il gas algerino è diminuito fino al 10% nel 2014. Eppure, ai tempi di Enrico Mattei, che aveva sostenuto l’Fln algerino, l’Italia ha avuto con l’Algeria e con la società Sonatrach rapporti speciali poi lasciati andare proprio perché sostituiti da quelli con Gazprom.

Con questi presupposti, in una rapida successione fra la fine del 2019 e il 2022, entrambe queste certezze sulla sanità e sulla pax europea sono andate in pezzi. Lo sconvolgimento politico, economico, culturale, sociale e psicologico è stato fortissimo. Nel 2020, con l’esplosione del contagio si è detto che si era dinanzi alla crisi più grave che l’Italia aveva dovuto affrontare dalla guerra del 1940-45.

Ebbene dopo due anni terribili, segnati anche dalle polemiche distruttive dei No Vax (sollecitati da hacker russi e con i quali hanno civettato due forze politiche importanti quali la Lega e Fratelli d’Italia), nel 2022 questa emergenza non è stata debellata interamente ma soltanto contenuta attraverso i vaccini che non eliminano il contagio ma riducono il suo impatto letale.

In questo contesto sono stati progettati una serie di provvedimenti di stampo riformista sistemati nel cosiddetto Pnrr, frutto anche di una scelta positiva fatta dall’Unione europea che ha deciso di rovesciare la linea fondata sul rigore e sull’austerity propugnata dalla Germania negli anni 2010-2011 e di indirizzare una grande quantità di risorse nei Paesi, come l’Italia, più colpiti dal Covid. L’utilizzo di queste risorse, però, ha un senso se sono finalizzate a riformare le strutture esistenti non se si risolvono in interventi di tipo clientelare e assistenziale.

Nel contempo, anche in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ci troviamo di fronte alla tendenza a smontare tutte le misure prese precedentemente nei confronti della pandemia malgrado che i contagi siano tuttora molto numerosi e il numero quotidiano di morti elevato. Il rischio è che in autunno ci si possa ritrovare ancora una volta in una situazione drammatica.

Dopo una concentrazione di truppe russe al confine ucraino messa in campo per più di due mesi, il 24 febbraio del 2022 è avvenuta l’invasione. A una crisi sanitaria si è aggiunta una gravissima crisi geopolitica.

Come abbiamo già visto, l’invasione dell’Ucraina discende dalla visione geopolitica di Putin volta a ricostruire la Grande Russia. In quel quadro, l’Ucraina come tale non esiste sul terreno dell’identità nazionale e dell’autonomia culturale.

Essa è una pura espressione geografica collocata in continuità con la Russia: quello che adesso non si riesce a recuperare con l’occupazione militare va distrutto. Questo approccio è contenuto nel discorso con cui Putin ha motivato le ragioni dell’invasione.

Ciò spiega anche la violenza efferata degli attacchi militari, la distruzione di intere città, le stragi di civili, gli stupri su larga scala.

Tutto ciò punta alla distruzione dell’Ucraina in quanto tale e a realizzare quello che il filosofo Michael Walzer ha definito un “genocidio culturale”: “Gli attacchi contro i civili, l’uccisione dei prigionieri e delle persone con le mani legate dietro alla schiena, che abbiamo visto nei sobborghi di Kiev, sono crimini di guerra. Il genocidio è l’atto deliberato di cancellare una popolazione, e finora non sembra quanto Putin ha in mente. Per ora riserverei questo termine agli ebrei, gli armeni, i ruandesi.

C’è però anche il concetto di genocidio culturale, e diversi media russi lo invocano. Forse non vogliono uccidere tutti gli ucraini, ma distruggere l’ucrainità, l’idea stessa di essere ucraini”. E “c’è anche un altro termine per descrivere quanto sta accadendo: policide, ossia la distruzione di uno Stato, o di un’entità politica e sociale indipendente. È diverso dal genocidio, ma è un atto orribile in corso”.

A questo punto, però, è scattata ancora una volta quella che possiamo chiamare l’imprevedibilità della storia. Al di là delle stesse previsioni dell’Occidente (all’inizio gli Usa hanno proposto a Zelensky di salvarsi rifugiandosi all’estero), Putin ha pensato di fare un blitz della durata di pochi giorni che si sarebbe concluso con la conquista di Kiev, l’eliminazione di Zelensky e del suo governo avendo l’appoggio di larga parte della popolazione ucraina. Invece è avvenuto l’opposto: spontaneamente il popolo e l’esercito ucraino hanno rifiutato la resa e Zelensky ha preso la guida della resistenza. Adesso è evidente che l’Ucraina sta resistendo per sé stessa ma lo sta facendo anche per l’Europa e in ultima analisi per tutto l’Occidente. Qualora fosse riuscito il blitz ed esso avesse avuto le stesse pallide reazioni verificatesi in occasione dell’occupazione della Crimea, era altissima la possibilità che Putin mettesse in atto un’escalation nei confronti degli altri Paesi confinanti. Invece la resistenza ucraina ha restituito un’anima politica all’Unione europea e paradossalmente ha rilanciato la Nato. Di fronte all’esistenza di un disegno politico-militare così aggressivo, l’unica via per evitare l’angosciosa alternativa fra la resa al progetto russo-cinese di rovesciare gli equilibri mondiali o andare incontro a una Terza guerra mondiale è proprio bloccare sul nascere l’aggressione russa attraverso le sanzioni e un fortissimo aiuto militare all’Ucraina. Tutto ciò implica il rovesciamento di una tendenza culturale e psicologica prima che politica che Federico Rampini ha definito come “il suicidio dell’Occidente: secondo questa dittatura ideologica non abbiamo più valori da proporre al mondo e alle nuove generazioni, abbiamo solo crimini da espiare. Questo è il suicidio occidentale. L’aggressione di Putin all’Ucraina, spalleggiato da Xi Jinping, è anche la conseguenza di questo: gli autocrati delle nuove potenze imperiali sanno che ci sabotiamo da soli. Nelle università americane domina una censura feroce contro chi non aderisce al pensiero politically correct. L’ambientalismo estremo demonizza il progresso economico e predica un futuro di sacrifici doloroso oppure l’apocalisse imminente”.

Allo stato, è tutt’altro che scontato l’esito complessivo dello scontro perché Putin, preso atto che l’obiettivo massimo, quello del  blitz su Kiev, è fallito, ha concentrato tutti i suoi sforzi nel Donbass per acquisire alla Russia una parte cospicua del territorio ucraino. A quanto sembra, anche questa operazione sta fallendo e, allo stato, è in atto una forte controffensiva ucraina ma è evidente che le cose non possono rimanere così sospese: o Putin accetta una tregua e una trattativa che sancisca il sostanziale fallimento della sua cosiddetta operazione speciale oppure alza ulteriormente il tiro con rischi gravissimi per la pace nel mondo.

Di conseguenza, fino a quando non intervenga una tregua e continua l’attacco, è indispensabile che l’Occidente, compresa l’Italia, continui a sostenere la resistenza ucraina proseguendo nell’invio di armi. L’altra faccia della medaglia sulla destra è stato Trump, eletto nel 2016 con l’aiuto via Internet degli hacker di Putin, e di quegli esponenti della destra europea, dalla Le Pen a Salvini, che sono nella sostanza contro l’Unione europea, ostili agli Usa e alla Nato in nome di un sovranismo esasperato e subalterno al disegno dei due autocrati, uno comunista (la Cina) l’altro ultranazionalista (la Russia). Ebbene, a nostro avviso questa offensiva ideologica prima che politica e militare va affrontata anzitutto sul terreno culturale e poi su quello politico.

La via maestra per questa battaglia politico-culturale consiste prima di tutto nel recupero e nel rinnovamento della cultura riformista e liberalsocialista. In Italia essa ebbe in Filippo Turati il principale esponente. Il socialismo riformista che si raccolse intorno a Turati e al gruppo di “Critica sociale” alla fine fu battuto con conseguenze rovinose per la democrazia italiana. Eppure l’opera di Turati resta cruciale nella storia d’Italia tra il primo decennio del 900 e l’avvento del fascismo. Turati tentò di dare al socialismo italiano quei caratteri cui aveva sempre creduto: riformatore, legalitario, aperto alle alleanze, orientato agli obiettivi della democrazia.

Proprio nel congresso di Livorno del 1921 Turati aveva previsto con tanti anni di anticipo le ragioni della crisi di quella che allora fu in Russia una vittoriosa “rivolta contro il capitale”, Il Capitale di Karl Marx.

Quel socialismo riformista si è tradotto in un’autentica civiltà radicata nelle campagne, nelle fabbriche, nella cultura. Una civiltà fondata sulla solidarietà, sul rispetto delle diverse opinioni, sulla libera dialettica sociale avendo nel sindacato e nelle cooperative strumenti fondamentali per costruire nel cuore della società capitalista dei momenti di aggregazione espressi dal popolo. Dopo venti anni di fascismo il segno del profondo radicamento di quella civiltà socialista nella memoria e nella realtà sociale del Paese è stato offerto dalle elezioni del 1946. A quelle consultazioni, malgrado fosse sostanzialmente scomparso per due decenni come forza politica organizzata, quello socialista fu il secondo partito dopo la Dc e prima del Pci. Emerse quasi spontaneamente la domanda di un socialismo autonomo sia sul piano culturale che su quello politico, una grande forza in aperta dialettica sia con il partito cattolico che con quello comunista. Questa domanda di un socialismo libero e autonomo fu totalmente disattesa. Pietro Nenni e Rodolfo Morandi scelsero nelle elezioni del 1948 l’alleanza con il Pci nel Fronte popolare, addirittura con una lista unica. Malgrado questa autentica deviazione le spinte autonomiste si sono manifestate anche negli anni 1948-49 e poi finalmente hanno trovato la loro piena espressione sul terreno dell’autonomia socialista nell’indimenticabile 1956 e nella risposta alla invasione sovietica dell’Ungheria.

A proposito di quello che è avvenuto in Urss dagli anni Venti ai Cinquanta, a Berlino nel ’53 e poi nel ’56 in Ungheria, quindi nel ’68 in Cecoslovacchia e di quanto in forme diver- ottobre 2022 | 19 se sta avvenendo nella Russia di Putin c’è da ricordare una riflessione di Schumpeter, qui richiamata nel saggio di Claudio Petruccioli, secondo la quale c’è un autoritarismo intrinseco alla natura profonda della Russia che ha sempre prevalso in qualunque regime politico, nello zarismo e nel comunismo e che si ripropone oggi nel nazionalismo aggressivo e predatorio che caratterizza la dittatura di Putin.

Ciò non toglie che in Russia si è espressa una grande letteratura del tutto intrinseca allo spirito europeo e sul piano politico-culturale alcune tendenze liberali e socialiste (vedi i menscevichi). Tutte queste tendenze però sono sempre state minoritarie, spesso emarginate e perseguitate. Comunque, malgrado tutto, perfino malgrado sé stesso e i profondi difetti politici e culturali dei suoi massimi leader, il socialismo italiano ha avuto una grande ricchezza culturale e ha espresso eresie di grande valore, dal socialismo liberale di Carlo Rosselli al federalismo europeista di Altiero Spinelli, dall’operaismo di Raniero Panzieri al riformismo rivoluzionario di Riccardo Lombardi fino al recupero del ruolo politico e culturale del socialismo riformista fatto da Craxi. Su questo terreno è stata assai significativa la battaglia politico-culturale ingaggiata nel Pci da quella che fu chiamata la “corrente migliorista” che propose di dare sostanza politica e culturale al cambio di nome del Pci attraverso la scelta del riformismo, della socialdemocrazia, della ricerca dell’unità con il Psi.

A nostro avviso, sia la tragedia umana e sociale provocata dalla pandemia, sia l’invasione in atto nel cuore dell’Europa di uno Stato democratico da parte di una dittatura ultranazionalista hanno determinato una situazione di estrema gravità nell’intera Europa. Una situazione che va affrontata anche con il contributo del patrimonio culturale del socialismo riformista. Una tradizione politica che consente di andare alla radice dei problemi, che respinge radicalmente l’emergere di suggestioni nichiliste e irrazionali, che combatte il populismo e il sovranismo, così come è critica dell’esplosione incontrollata del potere finanziario, dell’aggressività degli autoritarismi. Una tradizione politica che difende, riconoscendone il valore universale, i principi fondamentali della liberaldemocrazia. Tutto ciò ha come conseguenza fare i conti con quanto è avvenuto in alcuni anni cruciali della storia politica italiana. Ci proponiamo come “Civiltà socialista” di avviare un approfondimento storico sulle vicende politiche italiane a partire dalla fine della “prima Repubblica”.

Il rilancio cui intendiamo lavorare delle idealità liberal socialiste comporta intendere meglio sulla base di uno studio e di un confronto che intendiamo alimentare le cause dell’esaurimento di una forte presenza politica e culturale del socialismo democratico nel nostro Paese e di una profonda crisi della sinistra. Fu Francesco Cossiga a prevedere che le conseguenze del crollo del comunismo in Europa avrebbero riguardato non solo il Pci, ma anche la Dc, il Psi e i partiti laici. Le previsioni di Cossiga trovarono conferma negli anni 1991-92 con la fine della “Repubblica dei partiti”.

Ci proponiamo di avviare un approfondimento storico sulle vicende politiche italiane a partire dalla fine della “prima Repubblica”

Intendiamo discutere delle ambiguità e degli errori che caratterizzarono il processo politico che condusse dal Pci al Pds, così come dei limiti nella condotta del Psi all’indomani Perché Civiltà socialista Ci proponiamo di avviare un approfondimento storico sulle vicende politiche italiane a partire dalla fine della “prima Repubblica” 20 | ottobre 2022 Civiltà socialista del crollo del comunismo e quando avrebbe potuto prendere corpo una prospettiva di alternativa nella politica italiana fondata sulla unità della sinistra. Unità cui il partito nato dalla conclusione della storia del Pci non seppe né intese lavorare. Ma occorrerà anche considerare gli orientamenti che furono assunti dalla borghesia imprenditoriale italiana che non ebbe una funzione di rinnovamento nella convulsa crisi che investì la società italiana in quel passaggio di fase storica e in cui prevalsero tradizionali ristrettezze economiche e culturali che erano state segnalate da personalità eminenti di quel mondo. Ricordiamo le fustiganti parole di Guido Carli sul conto della borghesia italiana e la sua convinzione che solo un forte vincolo esterno avrebbe consentito all’Italia di fare le riforme di cui il Paese aveva una drammatica esigenza. Sarà indispensabile valutare quanto pesò in quel frangente il ruolo della magistratura e il modo in cui furono condotte le indagini sui fenomeni di corruzione nella vita pubblica.

Occorrerà riflettere sulla sostanziale impossibilità nel nostro Paese di realizzare una riforma della giustizia ispirata a principi liberali. Riforma resa sempre più urgente dalla crisi distruttrice insorta in una magistratura segnata da lotte intestine senza esclusione di colpi. Occorrerà anche provare a intendere i motivi dell’operare in Italia di una tendenza giustizialista che ha avuto manifestazioni estreme nell’emergere di un movimento politico come i 5 Stelle. Ci soffermeremo su queste questioni perché esse hanno pesato negli sviluppi della lotta politica in Italia e nella mancata costruzione a sinistra di una forza compiutamente riformista e all’altezza dei problemi che comporta governare un Paese complesso come l’Italia. Successivamente, nel corso di vicende politiche assai tormentate che hanno visto la nascita nel 1994 di una cosiddetta seconda Repubblica fondata su un anomalo bipolarismo basato sullo scontro frontale tra berlusconismo e antiberlusconismo, in un succedersi di crisi politiche che hanno compromesso del tutto la stabilità politica del Paese, vi sono stati gli anni della grande crisi economico-finanziaria, della crescita vertiginosa del debito pubblico e della incapacità dei governi di entrambi gli schieramenti di realizzare le riforme economiche e istituzionali necessarie all’Italia. Incapacità accresciuta dalla rissosità tra gli opposti schieramenti e da un clima di tensione permanente. Anni nel corso dei quali l’intreccio inestricabile tra crisi finanziaria e collasso politico istituzionale sembrava condurre l’Italia al fallimento. Un tale svolgimento della ottobre 2022 | 21 vicenda politica non ha prodotto nulla di costruttivo; anzi, ha provocato una distruzione di partiti, di classe politica, di cultura e di capacità progettuale fino alla vittoria quasi totale dell’antipolitica avvenuta nel 2018 con il successo del Movimento 5 Stelle.

Tutto ciò non ha risolto ma anzi ha accentuato la desertificazione del sistema politico italiano perché il M5S si è rivelato del tutto incapace di guidare il Paese verso una qualunque direzione ispirata da una progettualità politica razionale coerente e all’altezza delle esigenze richieste dalle molteplici vicende in atto. Quando poi fra il 2020 e il 2022 sono sopravvenute le due crisi mondiali di straordinaria gravità che precedentemente abbiamo analizzato, ecco che il rischio che l’Italia si avvitasse in una crisi distruttiva è stato altissimo. Vedendo le cose con un minimo di oggettività e grazie a un’analisi retrospettiva, di fronte alla pandemia nella fase iniziale l’Italia, per dirla con un’espressione pittoresca, ha letteralmente sbandato e poi fra mille errori e con un numero di morti altissimo ha trovato sul terreno sanitario un estremo istinto di sopravvivenza.

Su un piano diverso, invece, quello decisivo della geopolitica, il nostro Paese, tra il 2020 e il 2021, lungo due governi di opposta formula ma con lo stesso presidente del Consiglio, è Perché Civiltà socialista stato letteralmente allo sbando ed è diventato per mesi terra di conquista della Russia, della Cina e di Trump nel suo scontro con i democratici americani e poi per sua fortuna e quasi per caso ha trovato ai vertici delle istituzioni le uniche due soluzioni che finora hanno offerto una via di salvezza, cioè la presidenza della Repubblica di Mattarella e la presidenza del Consiglio di Draghi con una maggioranza di unità nazionale, composta da Pd, M5S, Lega e Forza Italia e da un’opposizione responsabile svolta da Fratelli d’Italia. A fronte dell’esplosione di due crisi gravissime, questa è stata l’unica via d’uscita che però è stata inopinatamente messa in crisi da un’iniziativa irresponsabile presa dal Movimento 5 Stelle e raccolta dalla Lega e da Forza Italia. Così è stato messo in crisi un governo decisivo per la salvezza dell’Italia.

Nella sostanza, sul terreno del sistema politico tutto è irrisolto a causa della evidente inattendibilità di ben due forze politiche numericamente assai consistenti, il M5S e la Lega. Il M5S è nato come un movimento populista, qualunquista, ultragiustizialista schierato contro tutto e contro tutti, antipolitico e antiparlamentare che escludeva qualunque alleanza. Pur di conservare almeno per una legislatura il suo unico patrimonio, cioè un gruppo parlamentare intorno al 32%, ha finito col fare 22 | ottobre 2022 Civiltà socialista alleanze praticamente con tutti e a essere presente in tre governi di opposto segno, quello di Conte 1 di destra, quello di Conte 2 di centrosinistra, l’attuale presieduto da Mario Draghi con una impostazione atlantica, europeista e chiaramente solidale con l’Ucraina. Allo stato la piena inattendibilità del Movimento 5 Stelle è dimostrata dal fatto che ha provocato la crisi del governo Draghi in un momento assai delicato determinando le elezioni anticipate. Altrettanto inattendibile è la Lega guidata da Salvini non tanto nel comportamento dei suoi presidenti di Regione quanto in quello del suo leader che nella vicenda sulla pandemia ha civettato con i No Vax e ha rifiutato tutte le fondamentali misure per contrastare il virus e che per quello che riguarda il quadro internazionale non dà nessuna garanzia di tenuta visti i suoi rapporti preferenziali con Putin. Esistono comunque questioni decisive riguardanti sia le prospettive della sinistra sia la governabilità del Paese. Infatti, indipendentemente dai risultati, queste elezioni sono state caratterizzate dalla crisi del Pd che si è rivelato incapace di fare scelte strategiche di fondo per cui è rimasto appeso a mezz’aria non incidendo in modo decisivo sulle scelte politiche e quindi mettendo in evidenza un autentico vuoto culturale e politico. Sul lato opposto il centrodestra presenta contraddizioni devastanti in termini di geopolitica, di politica economica, di strategia istituzionale per cui non garantisce affatto la governabilità anche nel caso di una sua vittoria numerica.

Ciò detto, riteniamo che esiste un autentico vuoto di cultura politica. Proprio per questo, ricollegandoci al discorso fatto in precedenza, riteniamo che sia indispensabile riproporre il riformismo socialista proprio alla luce della profonda crisi della sinistra. Riformismo socialista di cui intendiamo argomentare la piena attualità. Facendo questo tentativo non possiamo fare a meno di riferirci a due personalità che hanno sostenuto culturalmente e politicamente scelte decisive a sinistra: Riccardo Lombardi e Bettino Craxi. Lombardi che è stato rigoroso e tendenzialmente conflittuale nei confronti degli Stati Uniti sempre in nome di ragioni e di valori fondati sull’equità sociale e sulla libertà politica e mai per una qualunque forma di copertura o di subalternità nei confronti dell’Urss e dello stalinismo come invece durante il periodo frontista fecero Nenni e Morandi. Lombardi che si è sempre collocato sul terreno delle riforme dichiarando che, diversamente dalla Dc e dal Pci, l’unica vera ragione di esistenza e di iniziativa politica del Psi erano solo e soltanto le riforme, quella concatenazione di riforme che, secondo lui, con un evidente risvolto utopico, avrebbero dovuto realizzare la transizione dal capitalismo alla società socialista. Bettino Craxi invece negli anni Settanta e Ottanta ha avuto la forza di far riemergere le profonde ragioni dell’autonomia socialista, di una tradizione storica di stampo riformista anch’essa demonizzata negli anni Venti e Trenta e che nel contempo ha dato un contributo decisivo nel contrastare il disegno sovietico di finlandizzare l’Europa, che ha sostenuto il dissenso in Urss, in Polonia, in Ungheria e che a Sigonella, in modo netto e chiaro, ha contrastato la prepotenza del Deep State americano e che in Cile e in Argentina ha sostenuto le ragioni della libertà contro i colpi di Stato fatti dai militari. C’è un’altra storia politica a cui intendiamo fare riferimento nel nostro lavoro: il migliorismo. Affonda le sue radici nella storia del Pci ed ha in figure come Giorgio Amendola. Giorgio Napolitano, Gerardo Chiaromonte ed Emanuele Macaluso i protagonisti di una lunga battaglia politica che si proponeva di ricollocare, esaurita la storia comunista, le forze che avevano seguito il Pci nel campo ottobre 2022 | 23 del socialismo democratico e delle libertà. Il tema dell’Europa costituirà il punto centrale dell’impianto politico e culturale dei miglioristi.

Esistono questioni decisive non rinviabili riguardanti la governabilità del Paese su cui la politica deve intervenire in maniera efficace

Sulla base di un profondo ripensamento della storia del comunismo italiano, i miglioristi si impegnarono nel confronto e nella battaglia per la trasformazione del Pci e per la nascita di un partito di ispirazione socialista collocato nel campo della sinistra europea. Un’impresa che essi condussero consapevoli della necessità di un arricchimento programmatico e culturale del pensiero socialista. Persuasi che fossero indispensabili riflessioni e iniziative nuove e che andavano raccolti stimoli e contributi di intellettuali che si erano cimentati da posizioni democratiche e socialiste con i problemi nuovi dell’economia e della società italiana ed europea.

Questo non per mettere insieme in fretta e furia una nuova ideologia o per “cercare mercanzie ad ogni porto” come temeva Norberto Bobbio ma sulla base di un ancoraggio ideale e politico rappresentato dal pensiero liberale e socialista democratico. Un ancoraggio da mantenere ancora oggi e che può permettere di non disperdere il nucleo vitale e democratico della tradizione socialista italiana. Intorno a questi punti si batterono i miglioristi. Questo il contesto nel quale proponiamo la rivista dal titolo “Civiltà socialista”. Un titolo forte affinché forte sia il riferimento alla cultura, ai rapporti civili e umani, alle analisi e alle proposte espresse dalla storia, dalla memoria della tradizione socialista.

Una tradizione politica di cui avvertiamo la necessità di un arricchimento e di un rinnovamento ma che ancora oggi appare fondamentale per costruire il retroterra culturale in grado di sorreggere un’iniziativa politica e culturale che intenda misurarsi con le asprezze e le incognite di questa fase così difficile e drammatica della storia del mondo.

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